L’Italia vuole mettere in pausa le regole dell’Ets, il sistema Ue del “chi inquina paga”. «In attesa di un’ampia riforma» dell’ormai ventennale schema secondo cui le imprese energivore e le centrali elettriche devono comprare dei “permessi” per ogni tonnellata di CO2 emessa nell’atmosfera. «Come formulato oggi, il meccanismo dell’Ets è solo una tassa, un dazio interno sulle aziende europee che incide sui costi e ne limita la competitività», ha affermato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso a Bruxelles, prima di partecipare alla riunione degli omologhi responsabili della politica industriale.

Dopo le picconate al Green Deal - molte delle quali andate a segno - e le pressioni per rivedere anche il Cbam, cioè la tassa applicata alla CO2 delle importazioni extra-Ue, con la richiesta di sospensione dello schema Roma ha messo nel mirino un pilastro portante delle politiche Ue per il clima. Accusato da Urso di avere «un duplice effetto perverso: favorisce le speculazioni finanziarie e costringe alla delocalizzazione delle emissioni in altri continenti».

Dopo le sue parole, sulla Borsa di riferimento il prezzo già piuttosto volatile delle quote è sceso sotto i 70 euro a tonnellata (era sopra i 90 un mese fa). «Se l'Europa vuole contare, deve rafforzare il proprio mercato interno e ridurre gli oneri amministrativi», a partire «da una priorità assoluta, quella dei costi dell'energia», gli ha fatto eco da Palazzo Chigi la premier Giorgia Meloni, nel corso del punto stampa congiunto con il presidente della Repubblica di Cipro Nikos Christodoulides, al timone semestrale del Consiglio dell’Ue. Il dossier relativo ai prezzi dell’energia sarà tra i temi principe del prossimo incontro tra i leader Ue in programma fra tre settimane, il 19 marzo a Bruxelles. È già in quell’occasione - ha insistito Meloni - che dall’Ue «dovranno arrivare risposte concrete» perché «non possiamo chiedere alle nostre imprese di competere sui mercati globali se strutturalmente pagano l’energia più dei loro competitor».