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26 FEBBRAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 16:30
Altro che governo sovranista. Secondo le aziende tecnologiche italiane il decreto del ministero della Cultura con la tassa sul cloud “rischia di penalizzare” le imprese locali, “a vantaggio di grandi piattaforme internazionali difficilmente raggiungibili dal meccanismo di controllo e prelievo”. Ovvero, un possibile assist a Big Tech a danno delle aziende patrie. Che valutano un ricorso in tribunale contro il provvedimento, firmato dal meloniano Alessandro Giuli il 23 febbraio. A lanciare l’allarme è il comunicato congiunto firmato da Assintel e Aiip: la prima è l’Associazione nazionale delle imprese ict di Confcommercio; la seconda raduna i piccoli e medi internet service provider (i fornitori di connessioni internet).
La tassa si applica alle aziende che producono dispositivi digitali con una memoria integrata: smartphone, computer, penne Usb, hard disk e ogni dispositivo per archiviare file digitali. Il motivo del tributo? Questi strumenti potrebbero ospitare contenuti illegali protetti dal diritto d’autore. Per l’esecutivo, ne discende l’obbligo dell’obolo (la tassa per la copia privata) da versare alle società che tutelano il copyright (come la Siae) per compensare le perdite dovute alla pirateria. Il cloud è lo spazio di memorizzazione digitale dove le persone conservano sovente la loro vita privata: foto, documenti, conversazioni in chat. Ma il tributo si paga anche senza conservare film o canzoni “rubate”. Oltre alle imprese, la tassa penalizza anche le tasche dei consumatori, perché salirà il costo degli strumenti tecnologici.







