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Senza Trump, al netto dei suoi modi e della scarsa conoscenza del galateo diplomatico, non ci sarebbe la tregua a Gaza
Su Donald Trump, sin dal primo mandato ma in modo ossessivo dal secondo, si è accanita una violenza mediatica notevolissima. Come se cercare di capire cosa si muove sotto quel ciuffo platinato significasse condividerlo o in qualche modo esserne complici. Troppo western per piacere alla sinistra, troppo americano per convincere del tutto la destra, troppo ricco e pacchiano per piacere al grande e raffinato pubblico europeo. Trump non piace, innanzitutto, perché è diverso, troppo diverso da quello che eravamo abituati a vedere e ascoltare. E la diversità è faticosa, richiede un esercizio di comprensione suppletivo. Dunque meglio buttare tutto giù dalla rupe, prendere Trump nella sua interezza e derubricarlo sotto l'etichetta degli errori della democrazia se non dei dittatori oppure dei pazzi, patologia medica che si presta alla politica quando non si hanno solidi argomenti di contestazione. Innanzitutto Donald Trump, scusate se è poco, ha polverizzato il muro del politicamente corretto e assestato un colpo notevolissimo alla (in)cultura woke. Un colpo battuto in America, ma la cui eco è risuonata anche in Europa. Se nel mondo occidentale è stata smaltita, almeno in parte, la sbornia da auto elettrica e si è imboccata la strada della neutralità tecnologica, lo dobbiamo anche all'ingombrante inquilino della Casa Bianca.






