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Il punto non è criminalizzare un corpo intero. Il punto è evitare che pochi compromettano l'onore di migliaia
Non posso esimermi dal commentare ciò che sta accadendo in questi giorni. Tra Milano e Roma si susseguono notizie che, prese singolarmente, sono gravi. Sommate insieme, rischiano di diventare pericolose. Pericolose non soltanto per chi è indagato, ma per la fiducia collettiva nelle forze dell'ordine. A Milano un poliziotto è stato arrestato con l'accusa di aver ucciso volontariamente uno spacciatore nel bosco di Rogoredo, simulando la legittima difesa. A Roma, alla stazione Termini, un'inchiesta coinvolge 21 appartenenti alle forze dell'ordine, 12 carabinieri e 9 poliziotti, accusati di furti sistematici in concorso con una dipendente di un negozio. Non sono voci. Non sono illazioni. Sono atti giudiziari. E qui bisogna essere netti: chi indossa una divisa non può permettersi nemmeno l'ombra del sospetto. Proprio perché difendiamo ogni giorno poliziotti e carabinieri dagli attacchi ideologici, dalle aggressioni in piazza, dalla retorica anti-forze dell'ordine, dobbiamo pretendere da loro un rigore assoluto. Non doppio standard. Non indulgenza corporativa. Se un cittadino comune ruba, è un reato. Se ruba chi è chiamato a reprimere il reato, è una ferita istituzionale.






