La povertà, economica e sociale, la mancanza di prospettive e la droga, soprattutto la droga. Il viaggio allucinante di una intera generazione che ha fatto i conti con il vuoto ereditato da chi c’era prima e con l’abisso che aveva di fronte a sè: compie 30 anni il film Trainspotting, che racconta la Scozia invasa dall’eroina negli anni Novanta.

E se da un lato l’affresco di un’epoca può sembrare lontano, in realtà la pellicola è invecchiata ben poco: i tempi sono diversi ma quella tentazione verso l’autodistruzione resta sempre dietro l’angolo. L’eroina di allora oggi si è evoluta: magari non si registra più l’epidemia della tossicodipendenza da buco che faceva paura e che ha ucciso milioni di giovani (e non solo) in tutto il mondo. Ma le dipendenze esistono ancora, si sono evolute, sono più chimiche e a volte tecnologiche, l’alieno resta in agguato a tentarci.

Il film fu innovativo anche perché raccontava la droga dal punto di vista di chi la assume: i giudizi poi verranno, ma intanto c’era il desiderio assoluto della sostanza, dello sballo o meglio del dolce annientamento delle pulsioni, di quel limbo promesso e mantenuto, almeno finché si restava vivi. Intorno, la delinquenza degradante, l’abbrutimento di sè, l’amore che non esiste se non attraverso la sostanza, la mancanza di cura verso chiunque, perfino verso una bimba che viene dimenticata in un angolo e morirà di fame, sete, inedia.