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Per la terza volta, dopo essere stato assolto definitivamente dall'accusa di avere ucciso Lidia Macchi nel 1987, torna in aula per chiedere il risarcimento per i tre anni e mezzo di carcere patiti quando fu arrestato
Il suo «calvario» in carcere è durato 1286 giorni. Ma dopo quattro anni di decisioni opposte, tra la corte d'appello che dà l'okay al risarcimento, e la Cassazione che lo nega e rinvia, oggi e per la terza volta torna di nuovo davanti ai giudici di Milano per chiedere che lo Stato lo ripaghi per quella detenzione ingiusta. Stefano Binda è un uomo diverso dalla sera in cui, in un'aula gremita di giornalisti, nel 2019 la corte d'assise d'appello di Milano lo ha assolto dall'accusa di avere ucciso Lidia Macchi, trent'anni prima in un bosco di Cittiglio, nel 1987. Sentenza poi diventata definitiva un anno dopo.
Ha fatto il volontario in cella, per aiutare a ritrovate un po' di dignità ai reclusi. E oggi riguarda quel passato con distacco, mentre chiede ancora una volta allo Stato, con il suo legale, l'avvocata Patrizia Esposito, di ricevere un risarcimento per quei giorni passati in cella in misura cautelare. Già l'indennizzo inizialmente fissato oltre i 303 mila euro è stato ridotto a 200 mila. «Mi hanno tenuto in carcere da innocente per tre anni. Io sono fiducioso che questa volta – racconta a Il Giornale - i giudici vadano davvero a verificare che cosa mi è stato fatto. La speranza è che non si accontentino di sunti di comodo solo per accontentare chi ha subito uno smacco plateale». Ma con tutto lo scetticismo, preferisce il sistema attuale a un pm solo votato all'accusa, senza «cultura della giurisdizione».






