Gli architetti sembrano averne paura. Pittori e scultori, come Anish Kapoor che ha sintetizzato il NERO assoluto, la corteggiano da sempre. Ma tutti, prima o poi, abbiamo bisogno di affrontare la linea d'ombra per diventare adulti

di Maurizio Fiorino

“Immaginate un edificio interamente nero: proprio perché di questo colore, esalta ogni cosa che lo circonda”, premette Sara Marini. Quella della docente di Composizione architettonica allo Iuav di Venezia, che alla tonalità più scura possibile ha dedicato studi e ricerche, non è una provocazione. Anzi: “Se un albero gli si frappone davanti, invece di scomparire risalta. Il nero può funzionare come una lavagna su cui scrivere”. Eppure, la storia dell’architettura sembra averlo dimenticato. “È stato l’uso del bianco ad aver dominato le discussioni e, soprattutto, aver evidenziato la composizione volumetrica, soprattutto durante l’apice del modernismo”, scrive il progettista iraniano-americano Mohsen Mostafavi nel recente volume The Color Black: Antinomies of a Color in Architecture and Art (Mack).

Il bianco, dunque, come strumento di astrazione e il nero come assenza, elemento difficile da nominare e, forse, da legittimare. “Se ci pensate, è una presenza costante negli spazi che abitiamo: è la notte e l’ombra che architetture e oggetti proiettano in pieno sole, ma è anche è il colore dell’asfalto che si fa grigio per farci viaggiare”, prosegue Marini. Spiegando che ne esistono molte declinazioni, in base ai materiali: può essere opaco o dotato di una propria lucentezza. “Jean Nouvel, per esempio, nel 1988 ha concepito il centro culturale Onyx a Saint-Herblain in Francia, per rispondere alla dicotomia presente nell’area tra la direzione urbana dettata da un grande parcheggio e l’eco di un primigenio Eden prodotto da un lago”. In quel caso, ha optato per una posizione terza, sospendendo l’edificio dentro la brillantezza e lo spessore del buio. Nella storia dell’Occidente, è simbolicamente collegato alla fine delle cose: “Ma questo suo essere connesso al tramonto, quindi al togliersi dalla scena, costituisce anche un’opportunità perché mette in luce, per contrasto, l’altro che gli è prossimo”, ribadisce Marini.