Genova - “E’ sola in casa? Si sono sola come un cane”. Maria, ottant’anni da poco compiuti risponde al telefono dalla sua abitazione del centro di Genova. Non sa che dall’altra parte del telefono c’è una truffatrice senza scrupoli che con la scusa dell’arresto del figlio vuole portargli via gioielli e monili di una vita. “Suo figlio – dice la truffatrice – è in stato di arresto nella caserma dei carabinieri, se non volete che finisca in prigione lei deve risarcire la vittima”. Al telefono si alternano più persone. E il telefono passa di mano prima al maresciallo dei carabinieri e poi all’avvocato. L’anziana, già sconvolta per la notizia ricevuta, non si accorge che le persone sono tutte nello stesso luogo. Più tardi alla vittima saranno sottratti più di ottanta mila euro. Queste telefonate sono contenute all’interno delle carte dell’inchiesta che a metà dicembre hanno portato i carabinieri del nucleo investigativo di Genova all’arresto di diciassette persone e a smantellare la centrale delle truffe agli anziani che, con la tecnica del falso nipote, dalla Campania colpiva con maggiore frequenza in Liguria. Una banda che, secondo quanto accertato nel corso delle indagini coordinate dalla Procura Antimafia di Napoli era orchestrata dalle cosche della camorra. Al vertice infatti c’era ’ quella Antonella Mascitelli, quarantunenne figlia di Bruno, detto “O Canotto”, boss sessantenne dell’omonimo clan che controlla le piazze di spaccio di Napoli Est e Pomigliano D’Arco e attualmente in carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso. Ma non solo nel corso dell’indagine è anche emersa un’alleanza tra i clan napoletani e quelli mafiosi del Brancaccio, quartiere alla periferia di Palermo. Dalla lettura degli atti d’inchiesta, infatti, emerge come mentre per tutte le altre città d’Italia(Genova, Roma, Milano, Cosenza, Chiavari e tanti altri capoluoghi di provincia) ad operare sul territorio e ritirare l’oro agli anziani raggirati ci fossero direttamente batterie di malviventi napoletani, a Palermo, invece, funzionava tutto in maniera differente. In Sicilia i clan campani si appoggiavano ai criminali locali che, secondo l’accusa, sarebbero al soldo dei boss del Brancaccio in Sicilia. Nelle tante intercettazioni telefoniche acquisite dai carabinieri tutta la determinazione del call center della banda: “Suo figlio – dice la donna al truffato – piange come un bambino in caserma. Lei lo deve aiutare”. E ancora le malviventi che lavorano nel call center erano abilissime nel trasformare ufficio postale in ufficio stradale a seconda delle esigenze accusando la vittima di avere “capito male”.(di Tommaso Fregatti)
Truffe agli anziani, le telefonate choc per mettere in atto il raggiro | Video
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