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Il punto è in generale quello di distinguere la longevità dall'immortalità

Durante l'ultimo incontro tra Putin e Xi Jinping, un microfono acceso ha intercettato una conversazione sulla possibilità di prolungare la vita per un periodo lunghissimo e già in questo secolo, grazie alle scoperte scientifiche e al ricambio continuo degli organi che invecchiano, arrivare a 150 anni. Chissà per quale motivo i leader dei due più estesi Stati del mondo hanno voluto disquisire su un tale tema, tenendo anche conto delle tante giovani vite che si perdono oggi per i conflitti esistenti, non certamente innescati da forze sovrannaturali. Forse i due capi di Stato volevano semplicemente comunicare a uso media che la loro leadership non finirà tanto presto anche se entrambi hanno da tempo superato i 70 anni.

Tuttavia, questo inedito scambio di battute, ci permette una riflessione più di carattere generale. Subito viene alla mente il celebre romanzo del premio Nobel José Saramago dal titolo Le intermittenze della morte. In esso, in un paese senza nome, allo scoccare della mezzanotte del 1° gennaio, nessuno muore più. Quello che sembra un agognato traguardo per l'umanità diventa però presto un incubo sociale. Basti pensare che gli ospedali e le case di riposo si sovraffollano di immortali che continuano però a invecchiare e soffrire e, soprattutto, che le guerre non finiscono ma, anzi, i rapporti sociali si inaspriscono ulteriormente. Il romanzo presenta altri colpi di scena ma, in generale, l'autore riflette su come la fine della vita sia paradossalmente ciò che dà senso all'esistenza umana e alle sue istituzioni sociali e che, dunque, non può e non va rimossa.