Su una stele funeraria datata tra il 360 e il 340 a.C. ritrovata in Attica, ad Acharne, si legge: «Qui giace Fanostrate, levatrice e medica, che non causò del male a nessuno e che dopo la morte è rimpianta da tutti». Daniela Minerva, giornalista e saggista, direttrice di Salute, nel suo Medicina femminile plurale (Bollati Boringhieri), ricordandola pone una domanda cruciale: si può immaginare che fosse una dottoressa ippocratica? Esisteva già una demarcazione per cui le donne erano levatrici e gli uomini dottori ippocratici, mentre lei, Fanostrate, era entrambe le cose?

Un’impresa collettiva

Questo è uno dei passaggi-chiave del volume, che ripercorre le vicende del sapere medico femminile dalla preistoria ai nostri giorni: un’impresa collettiva, attraverso i secoli, per lo più silenziosa e ignorata, dove incontriamo personaggi leggendari come Trota, vissuta a Salerno nella seconda metà del Mille, considerata la prima ginecologa. Il suo De curis è un libro dalla parte delle donne, dove si parla di questioni che ai dottori non interessano: tra rimedi contraccettivi e infertilità, Trota cerca il modo di evitare il laceramento della vagina durante il parto e suggerisce come ricucire in modo poco invasivo.