Giorgia Meloni è diventata da tempo il convitato di pietra della politica francese. Anche quando non c’è, anche quando non parla, fa rumore in Francia. Per il presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, il presidente del Consiglio italiano è una presenza ingombrante, un’ossessione. Ogni sua dichiarazione, presa di parola, anche quando manifesta solidarietà al popolo francese e denuncia un nemico comune come l’ultrasinistra violenta, responsabile della morte di un giovane studente di 23 anni, suscita nervosismo, irritazione. L’inquilino dell’Eliseo non sopporta l’idea che una leader bollata per anni come «impresentabile» sia riuscita a diventare un’interlocutrice credibile a Bruxelles e a Washington. Non sopporta l’idea che l’Italia, con Meloni, non sia più il ventre molle dell’Europa e un Paese governato da scendiletto, ma un attore centrale che pesa nei dossier che contano, industria, accordi commerciali, energia, migranti.

Macron ha fondato la propria identità politica su una promessa: proteggere la Francia e l’Europa dal presunto «salto nel buio» rappresentato dalle destre sovraniste, offrendo al tempo stesso modernizzazione e stabilità. Il presidente francese si è presentato come baluardo e modello contro i nazionalismi, presentando lo scontro come una scelta morale, esistenziale: o con me o con il caos. Poi però a Roma è arrivata una leader pragmatica che non solo non ha fatto saltare l’euro, non solo non è uscita dall’Ue, non solo non ha dichiarato guerra a Bruxelles, ma ha contribuito a normalizzare l’idea che una destra identitaria possa governare un grande Paese europeo senza provocare rotture sistemiche. Non c’è stata nessuna marcia su Bruxelles, nessun isolamento internazionale, c’è stato, piuttosto, un lento ma costante spostamento dell’asse europeo verso temi che fino a pochi anni fa erano tabù.