L’ennesimo inciampo di un rapporto nato sotto una cattiva stella. Emmanuel Macron versus Giorgia Meloni, un déjà vu, un remake di un film visto e rivisto sulla rotta Roma-Parigi in questi tre anni e mezzo con la leader di Fdi alla guida di Palazzo Chigi.

Stavolta a innescare la miccia l'assassinio di Quentin Deranque, l’attivista di estrema destra di 23 anni linciato a Lione da un gruppo di giovani incappucciati. Un caso che ha diviso i francesi e generato un terremoto politico, visto che tra i nove fermati figurano diversi membri della Jeune Garde, il collettivo di estrema sinistra legato a doppio filo con La France Insoumise (Lfi) di Jean-Luc Melenchon fondato dal deputato Raphaël Arnault: tra i sospettati per la morte di Quentin, due dei suoi assistenti parlamentari e un suo ex stagista. Una storia da giorni sulle prime pagine d’Oltralpe, che ha fatto saltare le ipotesi di alleanza alle presidenziali 2027 fra i socialisti e La France Insoumise, infiamma il dibattito politico.

Monsieur le Président, alle prese con un caso incandescente e il timore di disordini pronti a esplodere in casa, dall’India invita i «partiti estremisti» a «fare pulizia» al loro interno. Poi si toglie un sassolino dalla scarpa, più d’uno, visto che da Roma Giorgia Meloni non ha mancato di esprimere cordoglio per la morte del 23enne definendola «una ferita per l’intera Europa». Macron non ci gira intorno e picchia duro, come è solito fare. Invita infatti la premier italiana a finirla di «commentare ciò che sta accadendo altrove»: «ognuno resti a casa sua e le pecore saranno ben custodite», punge con ironia.