Dove vai se lo stylist non ce lo hai. Una figura ormai imprescindibile dal mondo dello spettacolo. Per chiarire, si tratta di specialisti che definiscono l'aspetto di attori e cantanti, capaci di portarli allo status di “icona”. Scelgono le griffe, s'interfacciano con truccatori, parrucchieri e quant'altro per creare l'unicità. Va anche detto, però, che in Usa, è nato un forte movimento “contro”, con star di prima grandezza che hanno compiuto il gran rifiuto. Sono Blake Lively, Angelina Jolie, Timothée Chalamet e ancora Diane Kruger, Kate Moss, Sienna Miller. Al Festival di Sanremo che inizia martedì nessuno lo fa (insicurezza?). Stylist molto apprezzata in Italia e all'estero è Rebecca Baglini (lei preferisce essere indicata Founder & Executive creative director di StyleByMe) .

Baglini, lei lavora sulla superficialità dell'apparire. Sfati il pregiudizio. «Purtroppo spesso noto un approccio approssimativo a questo lavoro che potrebbe giustificare opinioni negative. Quello che voglio fare assieme al mio team, è dare coerenza al messaggio dell'artista, partendo dalle sue caratteristiche. E lo faccio con Malika Ayane, Arisa, Dargen D'Amico, Claudio Santamaria, Alessandro Cattelan e tanti altri ». Lei parte da un'analisi psicoanalitica del personaggio? «Non direi, uso un approccio culturale per costruire una narrativa». Non entra mai in rotta di collisione con i direttori creativi dei brand? «Sono importantissimi e sono certamente coinvolti. Oggi però inizi il lavoro con un brand che ha un direttore creativo e lo finisci con un altro. Io dialogo con tutti e da tutti prendo. Poi la sintesi tocca a me». La moda è un mezzo? «Utilizzo la moda come strumento per fare la storia del costume. Ricordiamo tutti il grande fiocco che univa I Ricchi e Poveri sul palco dell'Ariston, una mia idea scenografica centrata. Sono effetti da palcoscenico ovviamente, posso scegliere look più semplici ma sarebbe come se chiedessi a Cracco di apparecchiare solo la tavola». Fare la storia del costume non le sembra eccessivo? «L’aspetto è sostanza. Milena Canonero, costumista premio Oscar, creò una delle più grandi maschere del costume in Arancia Meccanica. Noi siamo sempre felici di collaborare con i costumisti». Orgogliosa del suo lavoro? «Lo sono di quello che ho costruito, dell'azienda con dieci ragazzi che collaborano, in un mercato non facile è molto competitivo. È stata una battaglia, ho quarant'anni e sono bionda, me la vedo con i giganti dello showbiz e non è sempre una passeggiata costruire un dialogo. La dinamica visiva è complessa». Che ne pensa delle star Usa che rinunciano allo stylist? «Un grande risparmio ma allo stesso tempo rinunciano a una protezione. Il nostro non è un lavoro democratico. Si affaccia negli Anni 80, sposta capitali e costruisce artisti. Non esistono scuole che ti insegnano come fare (lei è laureata in Lettere e Filosofia a Firenze) siamo carissimi e dunque per pochi. Però l'organizzazione logistica è gigantesca e le spese sono enormi. Ma se lavoriamo bene la nostra credibilità vale molto anche all'estero.» Ci parli degli artisti di Sanremo per cui collabora «Il progetto per Dargen D'Amico. C'è dentro teatro, cinema, favola, è ironico ma profondo. Arisa è luce e la sua canzone l'abbiamo trasformata appunto in luce. Mentre per Dargen usiamo un solo brand, per Arisa ne abbiamo utilizzati diversi. Il fil rouge è un colore dominante che restituisce una femminilità antica, consapevole, delicata e al tempo stesso sofisticata. Per Malika Ayane utilizziamo quattro griffe che hanno creato per lei abiti su misura che ne svelano un aspetto legato al maschile: è al centro di un gioco di riduzioni che ben si armonizza con Claudio Santamaria suo partner nella serata dei duetti, elegante con carattere». Che altro dovete mettere in conto considerando che Sanremo è Sanremo? «Quando studi un progetto per Sanremo devi pensare al contesto. Ai tempi di Lucio Presta (l'agente di Amadeus), non si poteva usare il verde che lui detestava e il viola che porta male in teatro. Tutto ha importanza a Sanremo, lo si segue da tre generazioni, immagini che restano, fa parte della storia della società, entri nei ricordi che devono essere belli per chi vede e ci dobbiamo muovere con rispetto. Il mio primo Festival è stato nel 2018, non ho più smesso».