Alle 23 le urla. Alle 4,45 i rumori sordi. Poi, alle 11,21 la foto di un braccio sotto una coperta insanguinata. È in questi tre orari che si concentra la fine di Liu Jianwei, detto “Dan”, un nome conosciuto negli ambienti delle bische clandestine torinesi. Hu Libin, cuoco con il vizio del gioco e un debito che non riusciva più a coprire, lo ha ucciso a marzo dello scorso anno con diversi colpi di forbici da cucina.
Oggi è stato rinviato a giudizio a Torino per quell'omicidio avvenuto in via Lauro Rossi 43, quartiere Barriera di Milano. I dettagli vengono alla luce. Non è stata una rapina finita male. Ma una resa dei conti dentro un sistema di usura che gli investigatori definiscono “radicato e strutturato”.
Il debito, le minacce e l’ultimatum
L'imputato è difeso dagli avvocati Fulvio Violo e Marta Battaglino, l'udienza è fissata per il 31 marzo. Durante la perquisizione in casa della vittima, sono stati trovati e sequestrati numerosi appunti manoscritti, che riportavano nomi cinesi, numeri e cifre, un diario contabile tra cui compariva anche l'omicida.
I primi giorni di marzo sono il punto di rottura. Hu deve a Liu tra i mille e i duemila euro. Pochi, se paragonati ai giri che ruotano attorno alle sale di mahjong clandestine. Tantissimi per chi ha già bruciato credibilità e anticipo dello stipendio. Secondo i verbali, Liu si presenta nel ristorante dove Hu lavora a Borgaro Torinese. Non alza la voce. Attende lo scorrere del tempo. «Mi aspettava a cena a casa sua il giovedì sera con i soldi. Mi ha detto che se lo prendevo in giro sarebbe finita molto male per me e per la mia famiglia», dice l'omicida nelle sue dichiarazioni in procura. Due giorni. Nessuna proroga. Hu prova a raccattare denaro. Porte chiuse. «Tanto te li vai a giocare», si sente rispondere. È lui stesso ad ammetterlo. "Avendo il vizio del gioco d'azzardo, da anni frequento il mondo delle bische clandestine. Liu prestava il denaro, applicando un interesse elevatissimo, anche il 20% al mese sulle cifre prestate. Ha preteso che io coinvolgessi il mio datore di lavoro, che gli ha corrisposto 65mila euro, per poi trattenere la somma a rate dal mio stipendio".








