All'ombra del Cupolone di San Pietro, dalla primavera dell'anno scorso, è attivo un Comitato scientifico ad altissimo livello destinato a riscrivere gli ultimi giorni di vita di Michelangelo Buonarroti, svelando un mistero storico lungo cinque secoli e sul quale nemmeno il suo biografo ufficiale, Giorgio Vasari, era riuscito a far luce. Dove erano finite e che fine hanno fatto centinaia di bozzetti, cartoni, cere, disegni, sanguigne, sculture che il Divin Artista, quasi novantenne, teneva nella sua casa di Roma quando morì? Perché - questo è il punto - non corrisponde al vero che le centinaia di opere presenti nella dimora romana di via Macel de' Corvi, furono bruciate dallo stesso Michelangelo alcuni giorni prima di morire. A quattro secoli di distanza la verità sembra essere un'altra.

Grazie al lavoro certosino - durato una decina d'anni - una giovane ricercatrice indipendente romana, Valentina Salerno, ha ricostruito nel dettaglio cosa accadde proprio nell'ultimo periodo di vita del più grande artista dell'epoca. Consultando, raccogliendo e confrontando documenti di cinquecento anni fa, conservati in diversi archivi italiani e stranieri, tra cui l’Archivio di Stato e del Vaticano, è stato possibile determinare l'intera filiera storica comprovante l'autenticità di almeno una ventina di opere nuove, finora sconosciute o non attribuite con certezza al genio rinascimentale. Dal silenzio è affiorata la linea documentale contenuta in decine di testamenti, inventari e atti notarili, alcuni dei quali inediti, che dimostrano il percorso fatto di oggetti creduti perduti. Sculture, disegni e sanguigne arrivati ai giorni nostri e spesso non catalogati come originali.