Ricordate Carola Rackete, la figlia di un’abbiente famiglia tedesca che quando Matteo Salvini era ministro dell’Interno, nel 2019, al comando della nave Sea Watch forzò un blocco navale per sbarcare decine di clandestini a Lampedusa?

Venne celebrata dalla stampa progressista e dalla sinistra all’opposizione come «la capitana coraggiosa», mentre aveva solo disobbedito alla Guardia di Finanza, speronando anche una motovedetta nelle manovre di approdo. L’anno dopo fu arrestata vestita da pinguino in Germania perché si opponeva alla costruzione di un’autostrada e alla fine di tutto questo ne guadagnò un seggio all’Europarlamento, dal quale si dimise in tutta fretta senza lasciare testimonianza di sé.

Ebbene, le cronache giudiziarie l’hanno riesumata ieri, quando si è avuta la notizia che il Tribunale di Palermo ha condannato lo Stato italiano a risarcire 76 mila euro alla ong specializzata nel raccogliere in mare e traghettare immigrati illegali sulle nostre coste che si avvaleva dei servizi della riccioluta attivista. Cifra a cui vanno aggiunti oltre 14 mila euro di spese legali a carico dello Stato. Motivo? I magistrati hanno ritenuto illegittimo il fermo di cinque mesi dell’imbarcazione, che peraltro si protrasse anche dopo la caduta del governo gialloverde, quando il Pd si sostituì alla Lega nel sostegno a Giuseppe Conte. Gli italiani quindi devono pagare a Sea Watch le spese portuali, di agenzia e di carburante sostenute dalla ong tedesca.