Un teatro non brucia mai “solo” in senso materiale. Quando, all’alba del 17 febbraio, le fiamme hanno divorato il Teatro Sannazaro – la bomboniera di via Chiaia, inaugurata nel 1847 – non è crollata soltanto una cupola: si è aperto un vuoto di memoria. In quelle tavole, tra oro e stucchi, avevano trovato casa la prosa napoletana e i suoi capostipiti: Eduardo Scarpetta, i De Filippo, le grandi compagnie del Novecento. Oggi restano macerie annerite e l’odore acre di legno arso, perché un teatro ottocentesco è anche, fisicamente, un concentrato di materiale combustibile.
La Procura ha aperto un’inchiesta e le prime ricostruzioni oscillano tra l’ipotesi accidentale (un innesco tecnico, un corto circuito) e quella dolosa. Alcune fonti parlano di fiamme partite da un edificio adiacente, altre di un punto d’origine interno: è il classico momento in cui la cronaca corre più dei rilievi eppure – ed è qui che la vicenda del Sannazaro si innesta in una storia più ampia – il teatro italiano convive da secoli con un destino incendiario. Si potrebbe dire che la sua biografia è scritta a capitoli di fiamme: reali, quando l’edificio prende fuoco; simboliche, quando un’epoca finisce e un’altra pretende di rinascere dalle ceneri, tra luci, velluti, legni, vernici e scene, il teatro è stato a lungo una “fabbrica del rischio”.











