Quando Meta ancora si chiamava Facebook, nel 2021, il giornale britannico Guardian aveva lanciato una copertina piuttosto iconica. Un pollice in giù fuoriesce da un pacchetto di sigarette con scritto «Facebook». Ma al posto del “fumo uccide”, sulla confezione c’è scritto: “I social network sono diventati l’industria del tabacco del 21esimo secolo?”.

L’ANALISI

È una domanda provocatoria ma quantomeno puntuale. Quella era l’epoca dei cosiddetti Facebook Papers, i documenti che hanno rivelato – grazie alla testimonianza dell’ex dipendente Frances Haugen – il silenzio della big tech della Silicon Valley a fronte di un’allarmante consapevolezza: le sue piattaforme stavano danneggiando la salute mentale dei più giovani.

Una considerazione ribadita nel 2024 da un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che ha individuato come l’11% degli adolescenti abbia dato segni di un uso problematico delle piattaforme social, con poco controllo sulla propria esperienza da utente e conseguenti ricadute negative sulla salute. Poi, secondo un’indagine sul benessere digitale svolta dalle onlus Fondazione Carolina e Pepita, il 75% dei ragazzi intervistati ha rivelato di sentirsi spesso in ansia, mentre l’80% ha confessato di addormentarsi con lo smartphone in mano.