I lacrimogeni entrano prima nei viali, poi nei padiglioni. La polizia senegalese irrompe nel campus dell’Università Cheikh Anta Diop di Dakar il 9 febbraio scorso, con l’ordine ufficiale di “proteggere le infrastrutture”. Ma i video girati con i telefoni dagli studenti — verificati da testate internazionali — mostrano un’altra scena: agenti che entrano nel campus sociale, lacrimogeni sparati vicino alle residenze, manganellate su ragazzi disarmati. In quelle ore, tra il fumo acre e le urla, muore Abdoulaye Ba, 21 anni, iscritto al secondo anno. L’autopsia recente parla di gravi e ripetute ferite alla testa.

Abdoulaye Ba non è morto per caso. È morto alla fine di settimane di proteste per una ragione semplice e concreta: le borse di studio universitarie non vengono pagate da quasi due anni. Per migliaia di studenti senegalesi, quella borsa mensile di 40.000 franchi Cfa — circa 60 euro — non è un bonus o un aiuto extra. È tutto. Affitto della stanza in dormitorio o fuori campus, pasti alla mensa, trasporti, i libri e qualche birra, quando possibile. Se quella borsa salta, o arriva con mesi di ritardo, non ci sono grandi alternative. E in Senegal i ritardi nel pagamento accumulati arrivano fino a tredici mesi. In un contesto di inflazione crescente, quei pochi soldi diventano una questione di sopravvivenza materiale. Lo Stato dice ai giovani “studiate, sarete il futuro del Paese”, ma poi li lascia senza mezzi per farlo.