La storia è questa: un'Alfa Romeo 33 Stradale, un gioiello valutato trenta milioni di euro, scompare all'improvviso, lasciando dietro di sé un alone di mistero degno di un thriller.
E la famiglia del defunto proprietario, non contenta di affidarsi alle solite indagini poliziesche, decide di lanciare un appello al popolo: centomila euro di ricompensa a chi aiuterà a ritrovarla.
La Procura di Milano, che di questi tempi ha già il suo daffare con scandali ben più terreni, ipotizza estorsione e falso. Non è difficile crederci: la denuncia parla di pressioni, minacce, un clima di "forte vulnerabilità emotiva" in cui il povero proprietario avrebbe ceduto il veicolo, forse a un collezionista francese che ora figura con una denuncia di smarrimento targhe al Pubblico Registro Automobilistico.
Un'operazione studiata, dicono i legali – gli avvocati Pisani di Napoli e Sacchetti di Milano, gente che sa il fatto suo – per far perdere le tracce della bestia a quattro ruote, esportata chissà dove, magari in qualche garage blindato tra le Alpi svizzere o i deserti arabi, dove i miliardari collezionano sogni a benzina.
"Chiunque avesse informazioni o avvistasse l'auto", dicono i familiari, "contatti i legali". Come se bastasse un appello per squarciare il velo di omertà che avvolge i circoli esclusivi dei super-ricchi, dove le supercar sono status symbol, trofei di una gara al rialzo. Eppure, in questa storia c'è un barlume di speranza umana, o forse solo di ingenuità: la famiglia che non si arrende, che crede ancora nel potere della comunità, del "muro di silenzio" da rompere.







