Per uno degli strani scherzi che lo spirito del tempo fa a noi mortali, su scala planetaria si stanno sovrapponendo due grandi avvenimenti sociali: la liberalizzazione crescente della marijuana negli Stati Uniti e la proibizione in Australia ai giovani sotto i 15-16 anni dell’uso incontrollato dei social. Un editoriale del New York Times ci racconta come 13 anni fa dovunque negli Stati Uniti non fosse legale possedere marijuana per usi ricreativi: ora invece nella maggior parte degli Stati federali è consentito, e Donald Trump sta accelerando il processo allentando le restrizioni federali. Quando la liberalizzazione decollò si riteneva che alla fine l’uso della marijuana sarebbe stato circoscritto. Tutti i sondaggi invece oggi indicano come siano almeno 18 milioni gli americani che fumano spinelli tutti i giorni o almeno 5 giorni alla settimana. Nel 1992 erano un milione, nel 2012 sei.

Ormai più americani si fanno una canna di quanti bevano alcol. Fenomeni di dura dipendenza dalla marijuana sono frequenti e quasi tre milioni di americani soffrono di incontrollabili vomiti da cannabis, con sempre più persone stordite non in grado di lavorare o di guidare la macchina. Il New York Times conclude dicendo che nonostante tutto non si deve tornare indietro e che alcuni provvedimenti, a partire da quelli fiscali, come è avvenuto per alcol e tabacco, possono aiutare a tenere sotto controllo il fenomeno. Non so se la liberalizzazione della marijuana sia la strada più opportuna in un’Europa dove già esistono articolate forme per “ricrearsi” e nei casi più tristi per sballarsi. Però l’appello alla libertà di scelta del singolo cittadino, sia pur supportata da tasse che scoraggiano certi consumi, in generale mi pare una scelta convincente. Magari su questa impostazione “liberale” bisognerebbe ragionare quando si sceglie la tendenza opposta a quella assunta con la liberalizzazione dello spinello, cioè la scelta di proibire l’uso di certi social anche ai ragazzi sulla soglia dell’adolescenza. Il primo Stato a intraprendere questa via socialproibizionista che impedisce a chi ha 16 anni o meno, di avere un account su Tiktok, X, Facebook, Instagram, YouTube, Snapchat, Threads, Reddit. Canberra ha deciso un così largo divieto di accesso perché vuole ridurre l’impatto negativo di social media organizzati per incoraggiare i giovani a perdere larga parte del loro tempo davanti a uno schermo che inoltre spesso offre contenuti che hanno un pessimo impatto per la salute e il benessere dei giovani. Alla base di queste decisioni c’è una ricerca commissionata nel 2025 che considera come il 96% dei ragazzi tra i 10 e i 15 anni usano i “social” compresi quelli che offrono materiale misogino o violento, o addirittura spingono all’anoressia o al suicidio, e incoraggiano il ciberbullismo. Il provvedimento colpisce con fortissime multe non ragazzi e famiglie ma i social che non controllano l’età di chi chiede un account per i diversi programmi. Le serie inchieste e le analisi che hanno preparato i provvedimenti australiani non possono essere prese sotto gamba e confermano la sensazione che chiunque di noi ha quando sale su un tramo su un bus, e vede decine e decine di ragazzini e ragazzine concentrati sul loro telefonino