C’è un vecchio video in cui Maurizio Mosca scherzava in maniera non esattamente indulgente, per così dire, sul coefficiente adrenalinico della pallavolo. Ta-ta-ta! Ta-ta-ta!, era la sua singolare rappresentazione dei tre tocchi, dei tempi a suo dire non proprio serrati nello sviluppo del gioco. In realtà, una delle caratteristiche più poetiche e simboliche del volley:“Lo sport di squadra per eccellenza, ogni giocatore ha un solo tocco e non può fare nulla senza i propri compagni” sottolinea il voice-over all’inizio di Mai Molar, la docuserie sull’ultima stagione del Verona Volley, disponibile dal 31 gennaio su DAZN. Rado Stojčev, allora tecnico degli scaligeri, è più lapidario e essenziale, la filosofia di un sutra: “Da solo, non conti niente”.L’operazione Mai MolarAl di là delle implicazioni commerciali e strategiche (DAZN è anche la piattaforma che trasmette le gare di Superlega), Mai Molar è però un’occasione. E più precisamente, la sfida a una percezione: quella che la pallavolo sia sempre stata poco uno sport da drama nel sentire comune. Andatelo a raccontare a chi ha ancora gli incubi per la finale olimpica di Atlanta, o più semplicemente a chiunque abbia mai assistito dentro un palazzetto a una stagione della squadra della propria città, e che conosce bene l’elettricità nell’aria ad ogni muro che salta, la tensione e le opposte aspettative in ogni freeball, l’indicibile piacere fisico di ogni ace chiamato e poi arrivato. Adesso, reclamando uno spazio nel nutrito filone della serialità sportiva nelle piattaforme, anche il volley italiano decide di raccontarsi. Lo fa con l’ultima stagione in Superlega di Rana Verona, trascinata dall'opposto maliano Noumory Keïta (best scorer dell'intero torneo) in un 2024-25 fatto di alti e bassi, delusioni, scossoni e svolte imprevedibili.Noumory Keïta (Roberto Tommasini/NurPhoto via Getty Images)NurPhoto/Getty ImagesAlla fine, un’annata più o meno nel solco della relativamente giovane storia del club scaligero. Non è questo il punto, come sempre il risultato non è quello che conta, in una serie che racconta lo sport. È la cronaca di una stagione in ogni caso fondamentale nel percorso di crescita la squadra veronese, ad oggi seconda nella regular season di quest’anno a poche giornate dai playoff.Come nel caso dell’indimenticabile (e inarrivabile) Sunderland 'Til I Die, capofila di un genere e di una nuova grammatica del racconto sportivo, la dimensione è quella più interessante e quasi consueta per questo tipo di prodotti: quella di un team della middle class del campionato più difficile del mondo, che dopo aver rischiato l’osso del collo in era Covid ha l’impazienza di affermarsi e scoprirsi grande.Volley e storytelling: perché a rete non si sono mai trovatiNon è il fútbol di Osvaldo Soriano. Non è il tennis di David Foster Wallace. Possiede certo il senso di squadra del primo (per certi versi anche di più), e le ricercate geometrie del secondo. Eppure non è uno sport particolarmente declinabile in narrativa, o non lo è stato fino ad adesso. Pensi allo sport fin qui traslitterato in immagini e parole, e pensi al pugilato, al ciclismo, appunto al calcio o al tennis, alla disperata solitudine dell’eroe o alla mitologia del collettivo e della tattica. Eppure la pallavolo ha tutti gli ingredienti della letteratura e del dramma, il destino in ogni punto, in una palla da mettere giù o da tenere disperatamente su, attacchi e difese, visioni, opposizioni. Ma, come detto, il volley non ha mai avuto l’allure delle grandi narrazioni. Anche per questo l’esperimento è interessante, se non negli esiti nelle intenzioni.Il volley italiano si è preso tuttoLa docuserie arriva in un momento molto particolare, e fortunato, per il volley italiano. Le nostre azzurre sono campionesse olimpiche e mondiali in carica, anche gli azzurri sono campioni del mondo, sia tra le donne che tra gli uomini abbiamo i due club campioni d’Europa, rispettivamente Conegliano e Perugia (che da un mesetto è anche campione del mondo). Non è pretenzioso dire che in questo momento più che mai la pallavolo in Europa e nel mondo vuol dire Italia. Se su questo pianeta in questo momento il volley parla italiano, il sillogismo vorrebbe che per raccontare la pallavolo nell’ottica narrativa sia impossibile non cominciare dalla Superlega. Il campionato che ogni atleta sogna a ogni latitudine, come viene puntualmente rimarcato nella serie.Mai Molar, Verona e un messaggio da far arrivareAsciugato della ridondante compiacenza al main-sponsor, che peraltro ne ha sostenuto lo sviluppo e la produzione, Mai Molar è tuttavia un po’ di più che il candido product placement del re della pasta fresca. Che, in ogni caso, ha dato un presente e un futuro alla pallavolo a Verona. Ecco, indirettamente la serie tocca proprio un nervo scoperto ben conosciuto dagli appassionati della disciplina che più di ogni altra, Italtennis volendo, ha portato il nostro movimento sportivo a livelli di eccellenza assoluta. E cioè quanto drammaticamente questo livello di eccellenza, e il seguito appassionato che nelle città della pallavolo nostrana è capace di accendere, sia legato a doppio filo all’aleatorietà degli sponsor, a umori e possibilità degli investitori, insomma alle bizze della moneta sonante. La storia più vecchia di tutte, ma forse nel volley un po’ più all'ordine del giorno.Aidan Zingel al servizio in Rana Verona-Gas Sales Bluenergy Piacenza, Del Monte Italian Volleyball Cup (Roberto Tommasini/NurPhoto via Getty Images)NurPhoto/Getty ImagesEd ecco anche il significato più profondo, sotto la superficie del marketing, di un'operazione come Mai Molar e dei segnali che può lanciare. Ovvero l’implicita ambizione ad altri circuiti, altre strade e altre città: dieci-cento-mille Verona, la speranza non solo di un volley da film, ma di un un volley sostenibile, e capace di autodeterminarsi. Perché l’Italia della pallavolo è l’espressione dell'Italia migliore di tutte. Siamo sicuri che in questo Paese ne siano proprio tutti consapevoli?