Certi modelli attorno ai quali una generazione ha imparato a riconoscere sentimenti e comportamenti restano cristallizzati in un “luogo sicuro” della nostra memoria. Lo spiega Adelia Lucattini, psicoanalista ordinario della SPI: “Non scompare solo una persona, è come se venisse a mancare per sempre anche un pezzetto dell’immaginario generazionale”

di Anna Lupini

Come era stato per Beverly Hills con la generazione precedente, così Dawson's Creek è stata la serie tv che più di ogni altra ha rappresentato un punto di riferimento per gli adolescenti degli anni 2000. Forse è per questo che la morte di James Van Der Beek a 48 anni sembra rappresentare oggi qualcosa di più del lutto collettivo per la scomparsa di una star molto popolare.

Storia di quattro amici che crescono in una piccola città costiera, è diventato un punto di riferimento della cultura Y2K, e ha reso star i suoi quattro protagonisti: oltre a Van Der Beek, Joshua Jackson, Katie Holmes e Michelle Williams. Il personaggio interpretato da Van Der Beek, non era il rubacuori della serie. Ma come personaggio principale e alter ego del regista e autore della serie Williamson, che aveva trascorso la sua adolescenza sognando ad occhi aperti di diventare un regista, era il ragazzo della porta accanto attorno a cui ruotava la serie. Metteva in scena un maschio lamentoso, lunatico ed estremamente egocentrico e soprattutto vulnerabile come lo sono molti adolescenti. Settimana dopo settimana, e anche quello era un segno dei tempi che non conoscevano ancora il binge watching, Dawson è stato un surrogato emotivo del caos adolescenziale per tantissimi spettatori. Ma la serie, possiamo affermarlo con certezza, è stata anche di più.