«L’esultanza più arrogante». Così Sports Illustrated ha definito la frenata in retromarcia di Pietro Sighel sul traguardo della staffetta mista. Aggiungendo che l’azzurro potrebbe diventare «uno dei più grandi cattivi dei Giochi». Ebbene? Ben venga. Se il prezzo per l’immortalità sportiva è questo, paghiamolo volentieri. Perché lo sport di massimo livello è fatto anche, e soprattutto, di questo. Cattiveria agonistica, euforia brutale, pura e semplice arroganza sportiva. Quella che ti fa sentire invincibile quando, effettivamente, lo sei.

Solo un mese fa, persone vicino a Sighel lo descrivevano come rammaricato per il silenzio assordante attorno agli sport invernali e al suo short track, una disciplina che definiva «spettacolare e imprevedibile» ma che il grande pubblico ignorava anche alla vigilia di un’Olimpiade in casa. Con quell’oro al collo e quell’arrivo al contrario, studiato e voluto, ha ribaltato il tavolo. Si è fatto sentire con un gesto “olimpico”, come ce ne sono stati tanti altri, di quelli che restano nella storia. È diventato virale ma non lo ha fatto per sé, bensì per il movimento di cui fa parte. Ha acceso un faro su un mondo che vive d’ombra. Ha dato allo short track una popolarità che nemmeno dieci annidi campagne promozionali istituzionali possono dare.