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11 FEBBRAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 14:43
Nel 2026 fare un altro film su Elvis Presley è un atto che oscilla tra l’incoscienza e l’arroganza. È come voler incidere per l’ennesima volta Hound Dog sperando che qualcuno abbia ancora bisogno di sentirla. Di Elvis si è detto tutto: il ragazzo bianco che canta come un nero, il soldato, l’attore intrappolato nei filmetti balneari, il re in tuta bianca che si consuma sotto i riflettori di Las Vegas. Ogni epoca si è presa il suo Elvis, lo ha masticato e risputato sotto forma di icona pop, reliquia kitsch o martire dello show business. E allora la domanda era semplice: che senso ha? Cosa resta da scoprire?
Baz Luhrmann non è uno che si presenta in punta di piedi, non lo ha mai fatto e infatti fin dagli esordi ha trasformato il cinema in una pista da ballo: macchina da presa che gira come una trottola impazzita, montaggio che non concede tregua, costumi e scenografie che sembrano urlare “guardami”… il suo è un cinema che prende il melodramma e il musical, li scuote e poi li rimette in scena sotto una luce nuova. Post-moderno, si dirà, ma l’etichetta serve a poco: Luhrmann è uno che ama il travestimento e la collisione tra epoche.







