Di cinquantacinque persone partite da Al Zawiya in Libia solo due sono sopravvissute. E sono state loro a raccontare come il mare abbia inghiottito quel canotto e chi ci stava sopra, incluso due bambini. A poco più di due settimane dalla catena di naufragi che durante il ciclone Harry hanno portato alla scomparsa di almeno 400 persone secondo le autorità, circa mille secondo Refugees in Libya, una nuova strage in mare obbliga ad aggiornare la macabra contabilità dei morti nel Mediterraneo.

Attorno alle 23 del 5 febbraio, conferma oggi l’agenzia Onu Oim – un barchino partito da Al Zawiya, una delle centrali della detenzione arbitraria di migranti, sede dei lager più temuti dell’intera Libia per gli abusi che all’interno vengono commessi – si è rovesciato a circa sei ore dalla partenza. Nessuno è arrivato in soccorso, una dopo l’altra cinquantatré persone sono sparite fra le onde, che le hanno portate giù o trascinate via.

Fra loro c’erano anche i due bimbi di una delle due donne, riuscite a rimanere per ore aggrappate al relitto o alle camere d’aria che chi fugge dalla Libia spesso usa come salvagente. L’altra ha perso il marito. Quando una motovedetta libica le ha avvistate, le due uniche sopravvissute stavano in acqua da ore, nessuna delle due pensava di poter resistere ancora a lungo.