Diciotto morti, numerosi dispersi fra cui diversi bambini, tra i 64 e i novanta naufraghi tratti in salvo. A meno di una settimana dalla strage in mare costata la vita a più di quaranta persone davanti alla Tunisia, c’è da registrare l’ennesimo naufragio. Il corridoio è lo stesso, quello del Mediterraneo centrale, cambia la rotta, spostata verso est. Ma ugualmente letale.

Un barcone di legno partito da al Zawiya si è capovolto dopo poche ore di viaggio a causa delle onde alte, trascinando in mare – si suppone – almeno 120, 130 persone. Alcuni sono stati soccorsi mentre annaspavano, altri sono riusciti autonomamente a raggiungere la riva. Ma sui numeri non c’è certezza: l’agenzia Onu Oim, Organizzazione mondiale per le migrazioni, parla di 64 sopravvissuti - 29 uomini, una donna e un bambino sudanesi, 18 uomini bengalesi, 12 pakistani e tre uomini somali - Unhcr Libia, di novantuno. E nulla si sa dei dispersi: i naufraghi dicono che più di uno manca all’appello, chiedono di parenti e soprattutto figli, ma nessuno è al momento in grado di dare un quadro preciso. L’unico numero al momento certo è quello delle 18 salme recuperate.

“È necessario rafforzare la cooperazione regionale, ampliare percorsi migratori sicuri e regolari e a garantire operazioni di ricerca e soccorso tempestive e coordinate che salvino vite umane”, tuona l’Oim che ricorda: “La rotta del Mediterraneo centrale rimane uno dei corridoi migratori più letali al mondo, con 1.046 morti e sparizioni registrate dall'inizio del 2025, 527 delle quali sono avvenute al largo delle coste libiche”. E sulla stessa linea è Unhcr, che sottolinea: “Questa tragedia ci ricorda che quando le vie di accesso sicure e legali sono limitate a un numero molto limitato di persone, molte sono costrette a rischiare la vita in mare. È urgente ampliare i percorsi di protezione per salvare vite umane”.