Gli Epstein files avrebbero dovuto costituire la prova delle nefandezze commesse da Donald Trump e in genere dai più controversi personaggi della destra globale. Era questo il sottinteso, nemmeno troppo velato, della campagna mediatica lanciata dai media mainstream, gli stessi che, spiazzati dalla vittoria del tycoon alle elezioni di un anno e mezzo fa, pensavano di potersi sbarazzare di lui per via giudiziaria. L’insistenza sulla pubblicazione dei files non aveva altro scopo. Fino a quando, con l’Epstein Files Transparency Act firmato da Trump nel novembre scorso buona parte dei documenti sono stati finalmente desecretati. Le attese non sono andate deluse: in quelle migliaia e migliaia di email, foto, documenti, tutti maniacalmente catalogati a scopo di ricatto, ad emergere è la rete tentacolare dei rapporti del “faccendiere pedofilo”, che praticamente era in contatto con l’intero establishment mondiale. Non tutti questi rapporti delineano comportamenti e azioni delittuose, ma tutti testimoniano il ruolo centrale avuto dal finanziere. Nel contempo però sono anche emerse le prove di rapporti che andavano oltre la mera conoscenza ma di vera e propria complicità fra Epstein e alcuni dei suoi sodali, coinvolti più o meno direttamente, e più o meno inequivocabilmente, nel traffico di minorenni, abusi sessuali, feste e orge organizzate nelle sue dimore. Una vera e propria deflagazione che ha già messo in crisi governi, offuscato l’immagine di personaggi noti, messo fine a carriere. Tutto previsto, ma con un esito diverso da quello immaginato o augurato dai suddetti media: come un boomerang che torna indietro e colpisce chi ha insistito a che fosse lanciato, non Trump ma un for fiore di leader progressisti e è risultata colpita.
Jeffrey Epstein, lo scandalo non affonda Trump ma i progressisti | Libero Quotidiano.it
Gli Epstein files avrebbero dovuto costituire la prova delle nefandezze commesse da Donald Trump e in genere dai più controversi per...









