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Lascia il capo di gabinetto del premier britannico. Il Dalai Lama nel mirino di Pechino. Varsavia e i sospetti su Mosca

Ci mancava solo il Dalai Lama, leader dei buddisti tibetani, costretto a negare di aver mai incontrato il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, dopo essere stato preso di mira, in qualità di nemico di Pechino, dai media di regime cinesi per le 154 citazioni contenute nei file diffusi dall'amministrazione americana. Lo scandalo ha già creato le prime scosse di quelli che potrebbero trasformarsi in veri e propri terremoti, politici e non solo, da Londra a Washington, da Parigi a Tel Aviv a Oslo, con rischi ormai serissimi di fine corsa per il primo ministro britannico Keir Starmer.

In queste ore, il caso morde alle calcagna il capo del governo di Londra e rischia di dargli il colpo finale, dopo aver distrutto l'immagine dell'ormai «ex» principe Andrea, fratello di Re Carlo III spogliato di titoli e privilegi per le accuse sul giro di minorenni di Epstein. Il leader inglese le sta tentando tutte per salvarsi e ha di fatto costretto ieri alle dimissioni il suo capo di Gabinetto, Morgan McSweene, spinto a scusarsi per aver nominato ambasciatore britannico negli Stati Uniti quel Peter Mandelson immortalato in mutande in un appartamento del finanziere statunitense al fianco di una ragazza in accappatoio. La questione va ormai oltre lo sfruttamento sessuale, ma tocca ragioni di Stato, tanto che i Conservatori chiedono un'indagine, oltre a quella già in corso su Mandelson e sull'ex principe Andrea, anche sull'incontro del premier Starmer con il gigante della tecnologia Palantir, cliente della società di lobbying di Mandelson, prima che si aggiudicasse un contratto di difesa da 240 milioni di sterline.