A nord del confine con gli Usa di Trump c’è un Paese che, grazie al suo inatteso soft power, si propone come “faro in un mondo alla deriva”

di Gabriele Rosana

4 minuti di lettura

“Le potenze medie devono agire insieme, perché se non siamo al tavolo finiamo nel menù”. Mark Carney è l’eroe ordinario di cui il Canada si è improvvisamente accorto di aver bisogno, scegliendolo come primo ministro in elezioni anticipate vinte (da sfavorito) nel 2025. Per il resto del mondo, la fascinazione nei confronti dell’economista liberale oggi a capo del governo di Ottawa si è consumata a metà gennaio, dopo un intervento diventato virale dal palco del World Economic Forum di Davos, con cui ha detto la sua sulla fine dell’ordine globale e di una certa ipocrisia occidentale. Look impeccabile nei suoi abiti su misura – che la dicono lunga sull’influenza british, tra studi a Oxford e anni a Londra a capo della Bank of England – aplomb da tecnocrate prestato alla politica e occasionali lampi di umorismo, Carney è la nemesi di Donald Trump. Appena tornato alla Casa Bianca, il presidente Usa ha prima minacciato di annettere il Canada come 51° Stato e poi ha ricattato a più riprese Ottawa con la solita clava dei dazi doganali. Davanti al bullo a stelle e strisce, il Paese si è ritrovato a fare l’allievo un po’ secchione che non si gira dall’altra parte. Ma risponde con l’esempio, a suo modo proiettando una forma di soft power. Le Monde ha tradotto integralmente il discorso in francese, molti giornali italiani hanno fatto lo stesso; il Guardian vi ha visto la definizione di una nuova dottrina multilaterale che parla anche agli europei. “Dobbiamo essere il faro per un mondo alla deriva”, ha insistito Carney.