A nord del confine con gli Usa di Trump c’è un Paese che, grazie al suo inatteso soft power, si propone come “faro in un mondo alla deriva”

di Gabriele Rosana

“Le potenze medie devono agire insieme, perché se non siamo al tavolo finiamo nel menù”. Mark Carney è l’eroe ordinario di cui il Canada si è improvvisamente accorto di aver bisogno, scegliendolo come primo ministro in elezioni anticipate vinte (da sfavorito) nel 2025. Per il resto del mondo, la fascinazione nei confronti dell’economista liberale oggi a capo del governo di Ottawa si è consumata a metà gennaio, dopo un intervento diventato virale dal palco del World Economic Forum di Davos, con cui ha detto la sua sulla fine dell’ordine globale e di una certa ipocrisia occidentale. Look impeccabile nei suoi abiti su misura – che la dicono lunga sull’influenza british, tra studi a Oxford e anni a Londra a capo della Bank of England – aplomb da tecnocrate prestato alla politica e occasionali lampi di umorismo, Carney è la nemesi di Donald Trump. Appena tornato alla Casa Bianca, il presidente Usa ha prima minacciato di annettere il Canada come 51° Stato e poi ha ricattato a più riprese Ottawa con la solita clava dei dazi doganali. Davanti al bullo a stelle e strisce, il Paese si è ritrovato a fare l’allievo un po’ secchione che non si gira dall’altra parte. Ma risponde con l’esempio, a suo modo proiettando una forma di soft power. Le Monde ha tradotto integralmente il discorso in francese, molti giornali italiani hanno fatto lo stesso; il Guardian vi ha visto la definizione di una nuova dottrina multilaterale che parla anche agli europei. “Dobbiamo essere il faro per un mondo alla deriva”, ha insistito Carney.