San Francisco - La notte di domenica 8 febbraio Bad Bunny avrà 31 anni per sempre. Dall’infanzia a Bayamón ai riflettori della maturità sul campo del Levi’s Stadium, a Santa Clara, dove si sfideranno New England Patriots e Seattle Seahawks. Come un Peter Pan fermo nel tempo, il rapper portoricano segue fedelmente la sua stella, e a pochi giorni dall’esibizione all’Halftime show (visibile in Italia su Dazn e Italia1 a partire dalle 00.15) è già nella storia del Super Bowl.

La ragione? Essere semplicemente se stesso. Benito Antonio Martínez Ocasio non è solo il fenomeno musicale più ascoltato su Spotify, con decine di miliardi di stream e tour sold out, ma il primo artista latino a conquistare il Grammy Award per l’album dell’anno, DeBÍ TiRAR MáS FOToS, interamente cantato in spagnolo. A differenza di parecchi performer al centro di controversie politiche per favorire il proprio posizionamento, Bad Bunny non ha mai davvero dato benzina al culto per la polemica. È rimasto una forza cieca dell’industria, fino al trionfo ai premi della musica, una settimana fa.

Il suo discorso ha segnato un punto di non ritorno nella lotta all’amministrazione Trump: “Prima di ringraziare Dio, dirò una cosa: ICE out, fuori l’ICE. Non siamo selvaggi, non siamo animali. Siamo esseri umani e siamo americani”. Un marcato fuck you alla politica interna e alla condotta dell’agenzia federale americana. Certo, prima di scagliarsi contro le leggi sull’immigrazione che hanno portato Minneapolis in fiamme, Bad Bunny aveva dato un segnale ben preciso al sistema, scegliendo di installare la sua residency di 30 date nella superbiografica San Juan, capitale di Porto Rico. Ma mai come in questi mesi aveva abbracciato lo status di ribelle, in un’America cupa, cupissima, eco degli anni Venti.