Ludovico, nome di fantasia, aveva deciso di lasciare Martina, nome anch’esso di fantasia. Voleva sentirsi libero. Pur amandola, amava di più la sua libertà. Non voleva vincoli, regole, abitudini e costrizioni. Aveva scelto gli amici, il tempo per sé e la libertà.

Ogni volta però che il cuore gli faceva male oppure un flirt non andava come previsto, si rifugiava nelle storie di Martina. La spiava. La guardava. La assaporava. Osservava la sua presunta felicità ostentata. Le sue frasi di amletica memoria. Sibilline. Per far sì che lui non capisse ma che comunque si incuriosisse.

Ludovico credeva che guardare le sue storie fosse un modo per sentirla ancora un po’ sua, come se bastasse uno sguardo furtivo a colmare il vuoto che aveva lasciato dentro di lui. Eppure aveva scelto la sua libertà.

Era stato lui a lasciare Martina, ma nonostante ciò sentiva la sua mancanza.

Diceva a sé stesso che era solo curiosità, ma non riusciva a smettere di farlo. Le storie di Martina erano la sua droga, la sua dose quotidiana di lei, senza di lei.