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Lo spirito, la storia e l’orgoglio del nostro Paese per l’apertura. Tra arte e musica si vola in un San Siro mai così brillante. Fischi (ma anche applausi) alla delegazione israeliana

Il finale a sorpresa è una coppia d’oro: Deborah Compagnoni e Alberto Tomba, ultimi tedofori.

Poi Bergomi e Baresi, le ragazze del volley, Bocelli e il nessun dorma, Ghali che canta Rodari e l’incanto di Charlize Theron. Stai qui e ci provi: come la racconti la bellezza? Come la racconti in uno stadio pieno che fa l’onda e si muove e mormora e applaude, trema, sospira, come se davvero ci credesse a questa storia che gli italiani sono dopo tutto un po’ speciali. Gli elicotteri passano sulla testa ma non ci fai caso, perché questa sera non vuoi avere paura. Solo stupore, quando vedi le teste bianche di marmo antico che ti ricordano chi caspita siamo. I figli dei figli dei figli di un impero che, scusate, l’America di Trump non potrà mai guardare negli occhi, senza abbassarli. Si, certo, statue, rovine del passato può biascicare qualcuno, ma per Giove capitolino queste sono statue di eternità. Il resto, questa sera, non conta, perché anche se siamo l’incarnazione quotidiana dell’imperfezione ogni tanto viene anche ai più cinici la voglia di essere un po’ orgogliosi di questo popolo disperso e smemorato. Chi glielo dice agli altri che il segreto della meraviglia è proprio l’imperfezione. E poi, madrepatria, parte l’Aida e le maschere e il melodramma e le tavolozze di colori e a far l’amore comincia tu, perché Raffaella ci sta sempre bene.