Ora parliamo di Subway. La catena di fast-food. In Italia molti non l’hanno nemmeno sfiorata: Subway propone panini - non hamburger - e i panini sono parte della nostra cultura gastronomica. Ma soprattutto Subway si vendeva come il fast-food sano e un italiano cerca fast-food malsani, ovvio. In ogni caso il successo fu planetario: tra il 2013 e il 2014, nel mondo aveva più locali di McDonald’s, circa 44mila. Fu la più grande catena di ristorazione del globo.
La cifra stilistica del panino è la componibilità: ne scegli pane, lunghezza, ripieno, salse. Tutto. Capite che da noi non poteva sfondare: assembliamo a casa, che ce ne facciamo di Subway? Oggi in Italia resiste solo (e a fatica) vicino alle basi militari Usa. Me ne innamorai nel 2007, Erasmus, studente squattrinato a Cardiff. Me ne innamorai perché l’idea di comporre le più improbabili ed elefantiache schifezze mi elettrizzava. E costava poco. Me ne innamorai per il gusto, schiettamente da fast-food, il malsano che si brama. Ricordo che mi chiedevo come fosse possibile quel successo dovuto all’illusione del panino “healthy”. Nei primi 2000 Subway era ovunque e le campagne pubblicitarie erano martellanti. Martellavano sulle poche calorie, «noi non siamo junk-food». Pareva una vaccata e infatti lo era. Beninteso, combinando gli ingredienti più light venivano fuori panini da 300 calorie, ok. Gli spot marciavano su quello.






