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Ultimo aggiornamento: 18:40

“Pretendiamo solo che si faccia giustizia”. Antonio Tajani lo dice commentando una tragedia avvenuta all’estero. È una frase che funziona sempre: breve, solenne, apparentemente inattaccabile. Proprio per questo, se letta alla luce della storia italiana recente, risulta profondamente stonata. Perché se davvero questo Paese pretende giustizia, qualcuno dovrebbe spiegare come mai, da decenni, la giustizia penale sembra incepparsi regolarmente quando le vittime sono molte e le responsabilità riguardano apparati, grandi aziende, infrastrutture pubbliche, catene decisionali complesse.

Basta scorrere la memoria collettiva: Ustica, il Moby Prince, Piazza Fontana, Italicus, Viareggio, il ponte Morandi, il Mottarone, Rigopiano. Storie più o meno lontane nel tempo e diversissime tra loro, ma unite da un copione ormai noto. Processi interminabili, verità parziali, responsabilità che si sfilacciano con il passare degli anni, pene ridotte o prescritte. E quasi mai carcere vero per chi aveva il potere di decidere, prevenire, intervenire.

Questo non significa che non ci siano mai state sentenze. In alcuni casi le condanne sono arrivate. Ma il punto politico è un altro: la pena detentiva effettiva, quella che dovrebbe segnare un confine netto tra responsabilità e impunità, resta un’eccezione rarissima. Spesso arriva tardi, quando non serve più a nulla. Altre volte non arriva affatto.