Domenica, l’attore comico sudafricano Trevor Noah ha fatto tombola, vincendo la possibilità di una denuncia da parte nientemeno che del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Noah presentava la 68esima edizione dei Grammy Awards nella Crypto.com Arena di Los Angeles.

Abusando della pazienza del microfono, e contrabbandando la satira con il sarcasmo (quello che un detto attribuito a Jean-Paul Sartre definisce il rifugio dei deboli), ha commentato la vittoria di Billie Eilish con Wildflower nella categoria «Canzone dell’anno» dicendo: «È un Grammy che ogni artista desidera quasi quanto Trump desidera la Groenlandia. Il che ha senso perché l’isola di Epstein non c’è più; ne serve una nuova per starci con Bill Clinton». E giù applausi a prescindere (potenza incontenibile dell’assenza di contraddittorio in diretta tivù) e risate scontate (così tanto che sembravano quelle preregistrate di sottofondo alle sit-com anni 1980).

Per la verità, oltre al comico che fa politica, anche la Eilish ha approfittato del proprio quarto d’ora di celebrità per giocare alla pasionaria dei pellirosse e dire alla Casa Bianca in tema di immigrazione: «Nessuno è illegale in una terra rubata», chiudendo poi con un secco «Fuck ICE». E pure il vincitore della categoria «Album dell’anno», il rapper latino Bad Bunny con Debí Tirar Más Fotos, a corto di fantasia, ha ripetuto: «Fuori l’ICE». Ma Trump ha perso le staffe solo con Noah. Perché un conto è l’ironia, anche puntuta, un altro la calunnia.