La notizia è rimbalzata rapidamente da un sito all'altro: nella basilica romana di San Lorenzo in Lucina, durante un intervento su una pittura murale, un angelo avrebbe assunto o reso più evidente - tratti somiglianti a quelli di Giorgia Meloni. Da ß, il riflesso automatico: accuse di propaganda, interrogazioni, verifiche, scandalo. Un copione ormai noto, che si attiva con sorprendente puntualità ogni volta che arte, simbolo e potere entrano anche solo lateralmente in contatto. Eppure, a colpire davvero non è l'angelo ma è la reazione. Non scandalizza che un volto riconoscibile appaia in un contesto artistico o sacro; questo è accaduto per secoli senza traumi collettivi. Scandalizza, piuttosto, che oggi non si riesca più a leggere un'immagine senza ridurla immediatamente a messaggio politico, a provocazione, a schieramento. Il vero tema non è l'opera, mala nostra perdita di memoria simbolica.
Per lungo tempo l'arte europea - soprattutto quella sacra - è stata un luogo di stratificazione: teologia, storia, potere, biografia, tempo presente. I volti dei committenti, degli artisti, dei potenti del momento convivevano con santi e angeli senza che nessuno avvertisse una contraddizione. Era il modo naturale in cui una comunità iscriveva se stessa nella durata, cercando un dialogo con l'eterno. Oggi, invece, quel linguaggio sembra diventato indecifrabile: non perché sia cambiata l'arte, ma perché è cambiato lo sguardo. Ogni riferimento viene letto come intenzione, ogni allusione come messaggio cifrato, ogni immagine come manifesto. È una forma di analfabetismo culturale che nasce dall'ossessione per l'attualità e dalla perdita di profondità storica.














