La poppizzazione di un leader o di una leader, perfino al tempo dei social e di quel che resta (non poco) della tivvù, passa molto e assai profondamente attraverso la raffigurazione artistica. Certo, un tempo c’era Michelangelo che immortalava i grandi papi (Giulio II, Clemente VII, Paolo III) e questa grandezza non è minimamente accostabile, oddio: no!, all’artigianato spicciolo di un sacrestano-decoratore d’oggi. Il quale in maniera bizzarra e un po’ giocosa e un po’ da gaffe, è giusta l’ironia con cui Meloni sta affrontando la vicenda, disegna una versione angelicata della premier. Ma al di là dell’aspetto curioso di questo caso, c’è da notare che una marea di gente - sia al mattino sia alla sera in occasione della messa - nella basilica di San Lorenzo in Lucina s’è messa in fila per vedere l’affresco su Giorgia.
Chi la ama, chi la detesta, chi vorrebbe vedere cancellato al più presto quel disegno e chi sogna addirittura - paradossalmente - di farlo includere nel Giudizio Universale alla Cappella Sistina, di fatto tutti costoro, in armonia multipartisan, nella condivisione dello stesso stupore, hanno fatto foto all’ultima novità apparsa nella chiesa romana e hanno scattato selfie davanti a questa sorpresa. E un po’ c’è da stupirsi e un po’ no. Perché - come insegna il caso del Cavaliere che diventò una icona del contemporaneo, si veda il libro sconosciuto ma importantissimo sull’«Arte ai tempi di Berlusconi» curato da Luca Beatrice e con il contributo di maestri di fama internazionale come Vanessa Beecroft, Francesco Vezzoli, Maurizio Cattelan e altre star del mercato del bello - quando un personaggio politico viene fatto uscire dall’auto-referenzialità della comunicazione di Palazzo e viene proiettato nell’immaginario collettivo più largo e anche spoliticizzato si solidifica nella sua immagine. Naturalmente però, e lo diceva Benedetto Croce nella sua «Estetica», su impianto hegeliano, l’immagine senza il contenuto «è vuota» e e il contenuto senza l’immagine è «cieco».










