Nella conferenza stampa di fine anno, Giorgia Meloni – a proposito di leggi sul suicidio assistito – ha dichiarato: «Io penso che il compito dello Stato non sia favorire percorsi per suicidarsi, (...) ma sia semmai cercare di ridurre al minimo la solitudine e le difficoltà di chi ha gravi patologie e delle loro famiglie ed è il lavoro che fa il governo con l’aumento dei fondi per le cure palliative e l’assistenza domiciliare ed è quello che il governo fa con il prossimo ddl sui caregiver familiari. Penso che il nostro compito sia quello di combattere la solitudine e l’abbandono che fanno vedere il suicidio assistito come un’opzione». Purtroppo nel chiassoso Bar mediatico e politico italiano non si è sentita nessuna vera riflessione, nessun approfondimento sulle parole, di grande spessore, della premier.

È sconcertante, ma non sorprende, la superficialità con cui in Italia e nei Paesi occidentali si è affrontato e si affronta il drammatico dibattito sull’eutanasia e il suicidio assistito, fra l’altro eludendo il problema delle loro conseguenze. Anzitutto si crede che si tratti di un tema confessionale che trova obiezioni solo dai cattolici. Come accadde per l’aborto, quando le profonde riflessioni critiche di grandi personalità del mondo laico – per esempio Norberto Bobbio e Pier Paolo Pasolini – furono snobbate con fastidio perché si doveva far credere che solo i cattolici erano contrari per motivi di fede, mentre non è mai stata una questione di fede. Ora accade lo stesso per eutanasia e suicidio assistito. Anche in questo caso ci sono state delle personalità laiche, non cattoliche, che hanno avanzato obiezioni importanti.