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Ultimo aggiornamento: 7:03

di Giulio Di Donato

Guardando al passato, negli anni dell’equilibrio bipolare pre-Ue il nostro Paese ha saputo sviluppare, tra mille contraddizioni e opacità, una politica estera relativamente e realisticamente autonoma. Con l’ordine internazionale liberale post-1989, espressione dell’unipolarismo statunitense, e con l’Europa di Maastricht, i margini si fanno invece molto più stretti, se non inesistenti.

Arriviamo poi ai nostri giorni: il conflitto in Ucraina segna l’inizio di una fase nuova, che sancisce ufficialmente la realtà di un mondo nel quale sono emerse potenze in grado di opporsi all’unilateralismo e al paninterventismo atlantista globale e illimitato. Non è che prima non contassero i rapporti di forza, gli interessi nazionali, ecc.: erano piuttosto coperti da un velo di ipocrisia di matrice liberal-globalista, che mascherava il dominio egemonico di un’unica grande potenza, oggi costretta a confrontarsi con altre potenze che le contendono il primato. Quel che è certo è che l’alternativa a una condizione di equilibrio di potenza non è l’integrazione cosmopolitica post-sovrana, bensì il dominio unipolare di un’unica potenza: occorre quindi che una potenza arresti, limiti e contenga l’altra, poiché un potere privo di bilanciamenti tende inevitabilmente a esondare.