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Il dolore degli sfollati: "Lì c’era tutta la mia vita"

«La prego, mi accompagni a prendere la statuetta della Madonna che ho in casa. Sa, mio marito sta per essere ricoverato. Ne ho bisogno». La signora prende sotto braccio il vigile del fuoco e si fa accompagnare nella sua missione. Per l’ultima volta entrerà nella casa di una vita. Poi dirà addio per sempre alla sua Niscemi. Non ripartirà da una brandina ma è ospite dai parenti. Così come qualsi tutti i 1.300 sfollati: al centro di accoglienza ci vanno solo per mangiare, nessuno per dormire.

Gli abitanti sapevano del rischio che la terra gli si sgretolasse sotto i piedi. Lo sapevano da qualche generazione, almeno da 200 anni. Ma quella per loro era comunque casa. Magari ereditata dalla nonna, ristrutturata. «Non sono solo case, sono sacrifici di una vita - dice Giovanni Lo Monaco davanti al Municipio in attesa di informazioni - sacrifici nostri e dei nostri padri».