Il cielo di Los Angeles è intarsiato di stelle. Corre l' anno imprecisato di una dimensione forse parallela, altrettanto imprecisata. Robert Robertson è seduto sul ciglio di un cartellone pubblicitario. Ha la faccia tumefatta e il morale sotto le scarpe che sono scarpe qualunque, adatte all'outfit composto da una camicia e dei pantaloni qualunque. La voce profonda, da sex symbol, è tradita dalla corporatura gracile ma corroborata da misteriosi occhi castani in cui si legge il dolore di generazioni. Robert Robertson è Mecha Man, terzo avamposto ipertecnologico di una genia priva di superpoteri in una società che, invece, i superpoteri li premia. E domanda con insistenza, a chi ne possiede, di scegliere da parte stare. Lui ha scelto il bene. Altri, molti altri, hanno scelto il male.
Non è solo, sul ciglio del cartellone (anche perché non avrebbe saputo come arrivarci, mica può volare – a differenza dei supereroi veri). Accanto a lui sta una statua di muscoli e buonsenso, iridi color cobalto, capelli che scintillano come un metallo prezioso e incorniciano due labbra disegnate dal rossetto. Si chiama The Blonde Blazer ed è una donna molto famosa. Una supereroina iconica, per essere precisi. Sta dicendo a Robert che le dispiace molto che l’armatura di Mecha Man, la stessa che era stata di suo padre e di suo nonno, sia andata distrutta per sempre e che l’accidente lo abbia costretto a ritirarsi dalla lotta contro il crimine. L’atmosfera si fa romantica in un secondo: Robert è molto bello. Ha il fascino della maturità e della rassegnazione, ma contemporaneamente della giovinezza e della volontà. The Blonde Blazer ha una proposta per il fu Mecha Man: unirsi alla SDN, società trasparente e pulita nata per mantenere l’ordine in città e tenere a bada il Red Ring, la mafia dei supervillain. Se Robert accetta, il suo ruolo sarà inviare le persone giuste al momento giusto. Il suo ruolo sarà quello di dispatcher.






