La prima telefonata arriva senza troppi dettagli. Parla di un incidente grave a Crans-Montana: forse un incendio, molti feriti in arrivo. Nessuno sa ancora quanti siano, né quanto giovani. Una seconda chiamata qualche istante dopo, più precisa, attiva il “sistema catastrofe”, il protocollo previsto per le emergenze maggiori. Medici, chirurghi, infermieri vengono convocati d’urgenza: una mobilitazione straordinaria.

Quella notte Frida Rizzati è il medico responsabile delle terapie intensive al CHUV, l’ospedale universitario di Losanna, dove ha sede uno dei due centri svizzeri altamente specializzati per le grandi ustioni. L’altro è a Zurigo. Arriva il primo paziente, e lei è lì. Poi il secondo. Poi altri ancora. Ventidue, uno dopo l’altro, in pochissimo tempo. Tre sono italiani. «Un’esperienza devastante. Tante emozioni, tristezza, paura, perché non sai quanti pazienti arriveranno. Poi l'istinto medico di prendersi cura prevale su tutto. È come una tabula rasa. Le emozioni le soffochi e si diventa rapidi, efficaci, concentrati su cosa bisogna fare: questo, questo, questo»

Frida Rizzati da quel 1 gennaio 2026 passa moltissime ore del giorno e della notte in ospedale. Questa intervista l’abbiamo posticipata tre volte: siamo riusciti a farla soltanto di sera. Da quel momento si prende cura senza sosta dei ragazzi e delle loro famiglie, sotto shock. Ha curato i pazienti italiani in terapia intensiva e ha seguito il loro trasferimento al Niguarda, in collaborazione con l’équipe arrivata da Milano. «In questo momento complesso, in cui le relazioni internazionali non sono semplici, è importante sottolineare che tra noi c’è stata una collaborazione incredibile, spontanea e preziosa. Uniti dallo stesso obiettivo: aiutare questi ragazzi e i loro genitori».