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Presidente non crede che il valore del dollaro stia calando troppo? “No, it’s great, the dollar’s doing great”. Des Moines, Iowa, America profonda. Sulla facciata del Machine Shed Restaurant riempito dalla scorta della Casa Bianca campeggia un motto che è un perfetto slogan elettorale: Farming Is Everyone’s Bread and Butter. Nella testa di Donald Trump e dei suoi consiglieri gli Stati Uniti devono somigliare un po’ a quella fattoria. Il dollaro è ai peggiori livelli da quattro anni a questa parte, vale 1,2 euro. Il consigliere economico della Casa Bianca - uno dei possibili candidati alla successione di Jerome Powell alla Federal Reserve - sostiene da tempo che il dollaro forte sia una delle cause principali del declino della manifattura americana. Dollaro debole significa più esportazioni e meno importazioni: una pacchia per la fattoria americana, sempre che gli americani ci credano. La faccenda è molto più complessa di così, ma in politica contano i messaggi semplici.
Trump qualcosa si deve pur inventare: i sondaggi dicono che gli elettori sono sempre più insofferenti alle scorribande delle milizie dell’Ice in Minnesota, e all’aumento delle spese contro l’immigrazione illegale. L’inflazione non accenna a scendere, resta attorno alla pericolosa soglia politica del tre per cento. Solo a dicembre il costo di case e cibo è cresciuto dello 0,7 per cento, l’incremento mensile più alto da ottobre 2022. Nell’ultimo anno il costo della carne è cresciuto del 16,4 per cento, quello del caffè di quasi il 20. Complici i dazi, stanno salendo vertiginosamente i costi dei farmaci, una delle poche cose in cui l’Europa è rimasta competitiva. In America molti medicinali possono costare dieci volte più che qui: non esistono limiti di legge e le case farmaceutiche fissano liberamente i listini.










