VENEZIA - Il cugino lo invitava per «giocare alla Play», ma era solo un pretesto e, non appena i due si ritrovavano soli, ecco che cominciavano le minacce, le violenze. «Non voglio farlo», provava a difendersi il più piccolo, ma l’altro insisteva: «Per forza - intimava - se no vai in torto te». E allora il bambino, sette anni appena, si sentiva costretto a cedere: per due estati ha subito in silenzio, cercando di nascondere il suo disagio, e anche quando infine ha raccontato tutto alla madre l’ha fatto a fatica, ancora vittima dei ricatti emotivi del 14enne: «Pensavo che era colpa mia, quando l’ho detto - ha ammesso poi, durante il suo colloquio protetto in tribunale -. Pensavo che il torto era mio, avevo paura che mi dicevano parole».
Per due anni, nel 2017 e nel 2018, quei pomeriggi di luglio e agosto si erano trasformati in un lungo incubo, che si ripeteva giorno dopo giorno, quando i due cuginetti restavano in casa, lontani dagli occhi dei rispettivi genitori: palpeggiamenti, baci, molestie, fino ad arrivare a rapporti orali forzati e, almeno in una ventina di occasioni, nei tentativi di consumare un atto sessuale, così come è stato spiegato dal bimbo in seguito. Lui era nato nel 2010, all’epoca aveva sette e otto anni; il cugino era più grande, classe 2003, e lo costringeva a fare tutto quello che voleva. Ma alla fine il più piccolo aveva scelto di parlare con la mamma e lei, sconvolta, ha deciso di chiarire e poi di denunciare.






