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28 GENNAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 13:05
Strutture chiuse, opache, normalizzate: i Centri di Permanenza per il Rimpatrio italiani raccontati dal rapporto “CPR d’Italia: istituzioni totali”, non sono un’anomalia nazionale, ma un tassello di un paradigma globale. Lo stesso che ha legittimato le politiche di detenzione e deportazione di Donald Trump, di cui l’ICE rappresenta solo la manifestazione più recente e visibile, e che in Europa prende forma nei nuovi regolamenti del Patto su migrazione e asilo, che estende hotspot e zone di frontiera, introduce deroghe procedurali e limiti alle garanzie, trasformando i confini in spazi di sospensione dei diritti. Luoghi dove l’eccezione diventa regola e il controllo sostituisce la tutela delle persone che da soggetto di diritti sono ridotte a “corpi da contenere”. Come nei Cpr italiani, dove la privazione amministrativa della libertà non è più misura residuale, ma strumento ordinario di governo delle migrazioni e forse non solo di quelle.
Il nuovo rapporto di monitoraggio pubblicato il 21 gennaio è stato realizzato dalle organizzazioni aderenti al Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), a partire dalle visite ispettive in dieci centri nazionali condotte da delegazioni multidisciplinari al seguito di parlamentari e consiglieri regionali. Schede di rilevazione uniformi hanno documentato i Cpr di Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca, Macomer, Milano, Palazzo San Gervasio, Roma, Torino e Trapani. Senza dimenticare i casi in cui l’accesso è stato ostacolato o impedito agli accompagnatori medici, legali e agli interpreti. Gianfranco Schiavone, tra i curatori, non usa mezzi termini per definire queste strutture come una ferita aperta nello stato di diritto. Il lavoro di indagine, condotto con un approccio metodologico rigoroso e linee guida chiare che, spiega, “ha permesso di avere un quadro mai così dettagliato sulla situazione all’interno dei centri”, svela una realtà che il potere politico “non vuole che si conosca”, dal degrado dei moduli fatiscenti alle condizioni inaccettabili ormai divenute la norma. Gli elementi raccolti permettono al rapporto di affermare che i Cpr presentano tutte le caratteristiche di una “istituzione totale non riformabile“, intesa come luogo che ha la capacità di assorbire completamente la vita di persone che non sono trattenute perché hanno commesso un reato (è bene ricordarlo), isolandole dal resto della società. Da qui le “fortissime analogie con l’istituzione manicomiale”, commenta Schiavone. Come già per i manicomi, anche l’esistenza dei Cpr è presentata come “necessaria”, ma la realtà dei fatti smentisce sistematicamente questa narrazione: producono solo sofferenza e non raggiungono gli obiettivi dichiarati.






