Park City, Utah - Va a un bottle movie, un film da camera ambientato quasi interamente in un appartamento di San Francisco dai toni blu, grigio e verde pino, la prima standing ovation del Sundance Film Festival, al suo ultimo giro di danza a Park City, prima di spostarsi a Boulder, in Colorado. E non è una casualità: gli ultimi cinque anni di festival sono stati per lo più visti e vissuti ai confini di un Kammerspiel (un dramma da camera), tra i marcatori di un laptop allacciato al proiettore di casa, proiezioni online e Q&A in diretta via Zoom.

Pandemia e business hanno fatto del Sundance un cine-appartamento a base di fonduta, streaming virtuali e party a valle, alternando piattaforme a visioni in carne ed ossa. L’appartamento in questione ci riguarda tutti, in particolare Olivia Wilde che ha scelto The Invite per ricordarci quanto un’unica location, sulle orme di Nichols e Cassavetes, abbia ancora parecchio da dire e da dare al cinema indipendente. “La mia aspirazione era proprio questa: presentarlo in una sala gremita, tra i pesi massimi dell’industria e gli habitué del festival” ci dice commossa. “Ringrazio il festival per avermi invitata a far parte di quel sogno di cinema progressista inaugurato da Robert Redford (il fondatore del festival, morto lo scorso anno, ndr.), portando ancora più in là l’asticella dell’assurdo e della curiosità”. The Invite, remake dello spagnolo Sentimental (di rifacimenti se ne contano già 6: francese, italiano, svizzero, russo, ceco e sudcoreano​​), girato in pellicola 35 mm, è il terzo lavoro da regista di Olivia Wilde (dopo Booksmart e Don’t Worry Darling) ed è tratto da una sceneggiatura di Will McCormack e Rashida Jones. Ha per protagonisti Wilde e Seth Rogen, sposati e infelici, e i vicini del piano di sopra, Penélope Cruz ed Edward Norton, olimpionici del sesso a giudicare dai rumori che filtrano. Da una parte Rogen/Wilde - professore di musica che si considera un fallito e una moglie disperata nel voler impressionare gli ospiti - dall’altra Cruz/Norton, rispettivamente sessuologa ed ex pompiere. La “commedia social-horror” ha inizio con una inequivocabile citazione di Oscar Wilde - “Si dovrebbe essere sempre innamorati. Ecco perché non bisognerebbe mai sposarsi” - e progredisce come una coreografia elettrica di gag, sesso e improvvisazione. Un carosello di farse a cui il Sundance ci ha sempre abituati, fino al sold out del nuovo, coloratissimo film di Gregg Araki, I Want Your Sex, che farà tremare i polsi alla Gen Z per la sua voracità.“Il programma dell’edizione 2026 invita il pubblico a immergersi in intimi percorsi interiori, storie profondamente umane e avvincenti esplorazioni di racconti provenienti da ogni angolo del mondo”, ha dichiarato Kim Yutani, direttrice della programmazione.