Ne sono state disegnate circa 65.000, ne sono state vendute a milioni e in parte hanno finanziato i Giochi stessi. Una passione che ha generato una associazione internazionale e una fiera mondiale
di Arianna Galati
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Nelle ultime edizioni dei Giochi, la merce di scambio più ambita tra atleti e fan era la spilletta delle nazioni partecipanti, oggetto da collezione rappresentativo dell’impegno nei cinque cerchi. Il pin trading come una disciplina olimpica collaterale, cristallizzata in reel e foto social che gli sportivi stessi condividono per testimoniare i vari bottini raccolti, ben appuntati sui pass al collo; anche tra volontari, media e spettatori, in realtà, la sfida alla collezione più nutrita (o con il maggior numero di rarità) è sempre in corso. Per Milano Cortina 2026 la caccia alle spillette si è appena aperta, ma quando è successo che le Olympic pins sono diventate protagoniste primarie del merchandising a cinque cerchi, persino più delle t-shirt ufficiali o delle mascotte a tema? La Genesi delle spillette olimpiche si colloca nel 1896, anno dei primi Giochi dell’era moderna, con i distintivi in cartone appuntati sulle divise delle delegazioni: uno scopo puramente pratico, far identificare correttamente atleti, funzionari e giudici in base al proprio ruolo. Nessuno poteva immaginare che quel rudimentale metodo avrebbe gettato le basi di un fenomeno ultrapop.






