«Una rabbia e un dolore enormi». La premier Giorgia Meloni torna sui fatti di Crans-Montana, su quell’eccidio (quaranta morti, 116 feriti), sul rogo che ha scosso mezza Europa a Capodanno e, soprattutto, sugli sviluppi dell’indagine che sono seguiti. Da quando il proprietario del Constellation, Jacques Moretti, è a casa sua, a Lens, nella villetta che condivide con la moglie Jessica (per altro anche lei accusata degli stessi reati e cioè omicidio plurimo colposo, incendio e lesioni gravi), Meloni prova profonda indignazione e sconcerto». Non che sia una novità, la presidente del consiglio è stata tra i primi a dirlo pubblicamente, a prendere una posizione, a metterci la faccia: adesso, semplicemente, aggiunge che la sua preoccupazione principale è per «le famiglie delle vittime e dei tanti feriti» a cui, questa decisione del tribunale per le misure cautelative di Sion «infligge un ulteriore strazio». Il punto di Meloni è quello, incrollabile, che dall’inizio di questa tragedia non è mai venuto a mancare: costi quel che costi, serva quel che serva, «il governo non lascerà mai sole queste persone».

È questa l’ottica sotto cui va letto l’impegno dell’esecutivo che sì, è vero, nelle scorse ore ha polemizzato con le autorità elvetiche, ha richiamato l’ambasciatore in Svizzera a Roma per una consultazione lampo, ha riempito tigì e giornali e agenzie di stampe, ma che ha un obiettivo ben chiaro in mente e dal quale non intende scortarsi, far sentire la sua vicinanza alle sei famiglie che in quell’incendio infame di quasi un mese fa hanno perso tutto (un loro caro) e oggi, semplicemente, chiedono di avere un briciolo di giustizia. Parla con l’ambasciatore a Berna Gian Lorenzo Cornado, Meloni. Gli chiede di rappresentare la sua viva indignazione alla procuratrice generale del Canton Vallese Béatrice Pilloud. Ha il telefono sempre a portata di mano per consultarsi col ministro degli Esteri Antonio Tajani e sente anche il presidente della Confederazione elvetica Guy Parmelin.