Da tempo, infatti, Campiti covava la sua rabbia nei confronti del direttivo del consorzio Valle Verde, dove viveva dalla fine del matrimonio, in provincia di Rieti, tra i comuni di Ascrea e Roccasinibalda, all’interno di un’abitazione non ancora terminata e dove, raccontava sul suo blog, mancavano: «rete idrica, illuminazione stradale, rete fognaria». Proprio in questo spazio sul web che aveva dedicato al complesso nel reatino aveva dato sfogo pubblicamente al suo risentimento. «Benvenuti all’inferno», aveva scritto nella homepage. E ancora: «qui denunciare è tempo perso, so' tutti ladri», tra le varie accuse di mafia e di cospirazioni contro di lui. Mentre su un altro blog non accettava la morte del figlio e invocava giustizia, pubblicava lettere, ricordi, denunce, senza darsi pace. Parlava persino a nome del figlio, convinto che quella pista fosse troppo pericolosa per un ragazzo inesperto. Un dolore mai elaborato nemmeno quando nel 2017 furono condannati per l’incidente un maestro di sci e due responsabili dell’impianto, il direttore del centro sciistico di Sesto-Croda e l’addetto alla sicurezza. Campiti aveva poi condotto una battaglia legale parallela alla strada intrapresa dall'ex moglie e aveva rinunciato a costituirsi parte civile nel procedimento che ora ha visto una conclusione. Un ultimo punto, il risarcimento alla famiglia del ragazzo, a una vicenda che ha fatto da ombra alle giornate di Claudio Campiti.